Porte della Calcina
Stampa antica porte antiche di Palermo

Porte Antiche di Palermo

Porte della Calcina

Porta della Calcina

Porta della Calcina È una delle porte che si aprivano lungo…

Stampa antica di Palermo

 

 

 

 

 

 

Porte Antiche di Palermo; per lunghi anni abbandonate o fa­tiscenti, depauperate degli orna­menti e dei fregi, quelle magni­fiche porte che esprimevano la poten­za e la nobiltà della città di Palermo hanno sempre esercitato un grande fa­scino su storici ed eruditi. Inglobate o contaminate da altre struttu­re, hanno assunto da sempre anche valo­re simbolico tant’è che  negli antichi si­gilli erano schematizzate per rappresen­tare la città.

Nella Palermo antica, in ori­gine, la cinta muraria non costituiva sol­tanto elemento difensivo, ma anche mo­mento di separazione tra due mondi, tra due “popoli”, la città e la campagna, ovvero tra agglomerato urbano e pae­saggio agricolo.

La demarcazione tra area metropolitana e contado ha resistito fino all’alba del XIX° secolo, allorquando le esigenze abi­tative hanno oltrepassato la cinta mura-ria, ingenerando quella periferia, un po’ amorfa, che stritola lentamente ed ine­sorabilmente la campagna, espandendosi a macchia d’olio, quasi sempre secon­do percorsi non pianificati .

Questo processo di sviluppo travolge e sconvolge le vestigia della città “stori­ca”. Ma torniamo ad immaginare un tempo in cui la cinta muraria continuava ad as­solvere la sua funzione di cesura tra due modelli socio-economici : la città e la campagna . Lo scambio, oggi diremmo l’interazio­ne, tra queste due realtà, avveniva per il tramite delle “porte”, attraverso cui tran­sitavano tutte le merci ed i beni neces­sari alla vita della città .

Inoltre, attraverso esse, che di notte ve­nivano chiuse, l’amministrazione eser­citava anche le prerogative a carattere tri­butario, con dazi e gabelle.

Le porte assolvevano quindi, oltre alla funzione originaria di protezione dal ne­mico esterno e di controllo degli accessi per motivi di ordine interno, al compito di proiettare la città verso un mondo “al­tro”. Del periodo antecedente l’occupazione araba sappiamo che la struttura urba­na di origine fenicia era concentrata sul­la penisola delimitata dai fiumi Kemo­nia e Papireto e consisteva nella Paleopoli (nella parte alta) e nella Neapoli (nel­la parte prospiciente il mare.)

Secondo studiosi della Palermo antica, questo primo agglomerato urbano co­municava con l’esterno tramite quattro porte:

  • una che guardava il mare e cor­rispondente alla “Porta di Mare” del periodo arabo ( detta in seguito “Patitel­li”),
  • un’altra a Sud Ovest del centro abitato, identificabile con la Bab-al-ab-na (detta “dei giovanotti), che sembra essere la più antica.
  • Quella che si apriva a Nord era più o meno corrispondente a Porta S.Agata (detta poi alla Guilla) e
  • l’ultima a Sud, chiamata Bab-as-Sudan ( dei negri) era meglio nota come Busuemi .

Con la conquista araba, questo primo nu­cleo, che era rimasto invariato fin al 1830, diviene il Kasr, ovvero il castello, e la città , crescendo, si espanderà oltre le an­tiche mura nel cosidetto rahad, borgo. Palermo al tempo appariva divisa in due strutture metropolitane dotate di moschee e di mercati,

  • il Cassaro e
  • la Kalsa,

non organiche tra loro e collegate, appunto, dal borgo .

Una ulteriore cinta muraria venne edifi­cata successivamente dai Normanni ed essa lascerà sopravvivere solo le mura del Cassaro, i cui resti ancora oggi sono riconoscibili . Sarebbe bello potere prestare la giusta at­tenzione all’evoluzione urbanistica e so­ciale della città, poiché da essa diviene deducibile il principio fondante dell’edi­ficazione delle varie porte , come anche dell’abbattimento di altre . Prima di soffermarci sulla città rinasci­mentale, val la pena di riflettere sul fat­to che le porte ricavavano la loro ragion d’essere, di volta in volta,

da fattori com­merciali (Porta de la Pescaria, Porta Calcina, Porta Carbone, tutte conver­genti verso il porto commerciale, la Ca­la, dei Cordari ), o da

fattori religiosi (Porta di Piedigrotta, in onore della omo­nima chiesa, Porta S.Agata) o ancora da

fattori etnico – sociali (Porta dei Greci, e, ai tempi della città antica, Por­ta degli Schiavi, da cui si accedeva al­l’omonimo quartiere, detto trans Papi­reto); Attraverso questa porta venivano riscossi i tributi relativi alle negoziazioni che ave­vano per oggetto gli schiavi e che avve­nivano nel limitrofo mercato dei Giudei. Ma vi erano anche

fattori geografici (co­me Porta Termini, Porta Carini e Por­ta Mazara).

Si hanno tuttavia notizie anche di una Porta Polizzi , nelle vicinanze della chie­sa di S. Nicolò, Porta S. Giorgio orien­tativamente nell’area ove oggi è la Piaz­za XIII vittime .

Nel corso del XV° e XVI° sec. avviene la trasformazione più radicale della città che perderà le connotazioni di Medina Araba per acquisire, in un contesto ar­chitettonico che conservava le tracce del­la presenza normanna, gli stilemi più eu­ropeizzanti . In questo secolo, nel 1460, viene aperta, al termine del Cassaro, tra il Palazzo Rea­le ed il quartiere militare di S.Giacomo, Porta Nuova , molto semplificata ri­spetto alla attuale configurazione. A cavallo di questi secoli Palermo subi­sce un processo di profonda moderniz­zazione.

Il Viceré Pignatelli diede l’avvio ad una serie di interventi di potenziamento del­la struttura difensiva della città e degli agglomerati urbani situati nel litorale . Sotto Carlo V, Viceré Ferrante Gonzaga, la Palermo venne attrezzata , in luogo del­le antiche torri, di grandi bastioni a for­ma di pentagono e altre profonde mo­dificazioni caratterizzeranno la struttura urbana. Ma determinante fu l’apporto dei Viceré nella trasformazione della cinta muraria e, di conseguenza, delle porte . Porta Busuemi e Porta Patitelli vennero abbat­tute, la prima dal Viceré Marcantonio Co­lonna per erigere l’Ospedale di S. Gio­vanni di Dio, la seconda da Don Garcia di Toledo per il prolungamento del Cas­saro .

In effetti, nel 1482 Ferdinando il Catto­lico emanò una “prammatica” con cui le­gittimava qualunque provvedimento fi­nalizzato all’abbellimento della città. A questo punto sopravviveranno al fu­rore modernizzante solo otto porte : S.Agata, Mazara, Termini, dei Greci, de la Pescaria, Carini e Porta Nuova

Dopo la conquista di Tunisi, Carlo V^ approdò in Sicilia e fece la sua regale en­trata a Palermo da Porta Nuova . Come in tutte le epoche il monumentalismo, an­che in quel periodo, aveva una forte con­notazione trionfalistica e le fatiche tuni­sine dell’imperatore costituirono un’ot­tima motivazione per la riedificazione fastosa della Porta .

I lavori furono ordinati molto dopo il 1513,( correva infatti l’anno 1535), ma fu necessario aspettare ancora quasi 50 anni perché la nuova porta vedesse la luce. Ma cambiavano i tempi ed anche il gu­sto.

La struttura della nuova costruzione si rifece infatti all’estetica del tardo rina­scimento con tracce di neoclassicismo, mutuato forse dagli stili trionfali dell’antica Roma. Peculiari furono i co­siddetti “grantermini” o telamoni , quat­tro massicce sculture raffiguranti i mori vinti, che reggono Porta Nuova. In questo secolo vedono la luce Porta del Molo Vecchio, della Dogana, della Calcina, di Piè di Grotta , del Carbo­ne , completando così la sequenza delle porte aperte nella cinta muraria prospi­ciente la Cala, caratterizzate , tutte, da un gusto essenziale scevro da orpelli e da abbellimenti. Un discorso a parte meri­ta Porta Felice, inizialmente Porta Ma­gna.

A quel tempo, infatti, esistevano lato ma­re due porte, quella del Molo e quella dei Greci, ma la principale dorsale me­tropolitana, il Cassaro, prolungata fino all’area antistante il mare, non aveva tro­vato ancora una definizione adeguata al­la dignità della strada .

Per volontà del V.rè Marcantonio Co­lonna, si decise che venisse dato luogo ad un’altra porta che avesse quella ma­gnificenza che la porta all’altra estremità del Cassaro prometteva di avere. I lavori incominciarono quasi contem­poraneamente a quelli relativi alla edifi­cazione della Porta Nuova, che venne pri­vilegiata perché faceva capo al Palazzo Reale ed alla Cattedrale. La tormentata vicenda di Porta Magna, intitolata a Donna Felice Orsini, con­sorte di Marcantonio Colonna ebbe fi­nalmente una ripresa nel 1602.

Ma oramai Palermo era entrata nel seco­lo del barocco . Quello era lo stile più in­dicato ad esprimere il potere sociale , po­litico ed economico delle grandi famiglie ed anche per le grandi opere pubbliche, più che il lato funzionale, veniva privi­legiato l’aspetto trionfalistico.

Porta Felice, a detta di Gioacchino Di Marzo, fu una delle più splendide espres­sioni di quella “verve culturale” .

Dise­gnata dall’architetto palermitano Mariano Smiriglio , sotto la supervisione di Pie­tro Novelli, Porta Felice innova con ge­nialità lo stile ad arco trionfale che fino a quell’epoca aveva caratterizzato l’ar­chitettura delle porte.

Nei secoli XVI e XVII^ furono effet­tuate altre aperture nella cinta muraria, mentre alcune porte persero di impor­tanza e vennero chiuse , come la Porta del Molo Vecchio, inutile per la vicinanza alla grandiosa Porta Felice, e nello stes­so anno ( 1603) venne invece aperta la Porta dello Scaricatore di Frumento, non particolarmente gratificata da pregi artistici In seguito alla chiusura di Por­ta Mazara, in corrispondenza del Bastio­ne dedicato al Duca di Montalto , venne aperta l’omonima porta di maestosa ar­chitettura.

Anche in prossimità della fiancata destra del Palazzo Reale venne aperta, in ono­re del Viceré D. Francesco di Castro, l’omonima porta, anch’essa di ottima architettura.

Inoltre dietro insistente pressione degli abitanti del quartiere di S. Anna del rio­ne Capo, appoggiati dai conventuali dell’Annunziata della Zisa, fu neces­sario aprire una porta tra Porta Carini e Porta Nuova essendo notevole la distanza tra que­sti due ingressi che venne denominata D’Ossuna , in onore di D. Pietro Gi­ron .

Ma ancora una volta i tem­pi cambiano: nei primi del XVII a Palermo ven­ne pensata, pianificata e programmata una rivo­luzionaria operazione urbanistica : l’apertu­ra di una nuova strada.

Questo evento pro­dusse una marcata ri­caduta sull’organizzazione urbanistica del­la Città :scomparvero i cinque quar­tieri storici e nacquero  quattro man­damenti.

Alla Nuova Strada corrisposero  nuove porte: la Maqueda o, nella vulgata, Ma­cheda, in onore del Viceré, Duca Ber­nardino Cardenas , lato colli, e “di Vi­cari” in onore del Pretore.

Il XVIII secolo è caratterizzato dallo svi­luppo urbanistico extra moenia. Il pro­blema si era già posto nei secoli prece­denti ma le amministrazioni dell’epoca avevano desistito per la difficoltà a ge­stire organicamente la riscossione dei tri­buti .

Espandendosi quindi l’area me­tropolitana, fu necessario creare nuovi varchi e, in occasione dei lavori relativi a Villa Giulia( era il 1777 ), fu necessa­rio consentire un facile accesso a questo splendido giardino; così il Senato, in con­temporanea all’apertura al pubblico di Villa Giulia, inaugurò anche    Porta Rea­le, chiamata anche Porta Carolina in ono­re della Regina, ma che venne anche chia­mata “di S.Teresa” in quanto limitrofa al convento, appunto, di S.Tere­sa.

Come ogni pretore, anche il Principe di Resuttano, Federi­co di Napoli decise di la­sciare tracce della sua ge­stione: la porta di S.Gior­gio , risalente ad epoche diverse, venne demolita e ricostruita a cura dell’architetto del senato An­drea Palma.

La nuova por­ta era rivolta verso M. Pel­legrino, dove erano custo­dite le ossa della Santuzza e per questa ragione il no­me fu mutato in Porta di S.Rosalia, con tanto di af­fresco raffigurante la li­berazione di Palermo dalla peste.

Invece il Pretore D. Michele Gravina nel 1766 fece ricostruire Porta Maqueda sulla falsa riga di Porta Felice.

Amaro de­stino quello di Porta Maqueda che, rico­struita una seconda volta nel 1780, ven­ne definitivamente abbattuta per fare spa­zio a piazza Verdi .

Il 1800 fu spettatore della folle distru­zione della cinta muraria .

Già nel 1848 erano stati distrutti i bastioni del Palaz­zo Reale e nel 1860 la città subì danni gravissimi per il bombardamento delle truppe borboniche .

Nel ’53 veniva ab­battuta Porta di S.Rosalia, nel ’79 Por­ta di Castro, nell’80 Porta Maqueda, nel ’72 Porta D’Ossuna, e già nel ’52 era stata distrutta Porta Termini ed in­fine tra l’85 e l’88 toccò a Porta Mon­talto.

E ancora verso la fine del secolo vennero chiuse tutte le porte della Cala .

Genealogia Altavilla
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